Quel che si lascia.
Pubblicato da Ipnotik il 8 ott, 2011 su Blog, Sociale, Tecnologia | 3 commenti
Non sono un buono nel senso letterale del termine. In me i sentimenti di odio e di vendetta a volte hanno la meglio. Dinanzi alla morte, quando mi ha colpito negli affetti, mi ha sfiorato nei momenti difficili ho sempre avuto un senso di smarrimento, di claustrofobico vuoto. Non mi posso considerare un uomo che ha una fede perché non credo che ci sia lassù un dio amorevole e misericordioso per alcuni, spietato e vendicatore per altri. “Lavoriamo nel buio, facciamo quello che possiamo per combattere il male che altrimenti ci distruggerebbe; ma se il fato di un uomo è nel suo carattere questa lotta non è una scelta, ma una vocazione; eppure a volte il peso di questo fardello ci fa vacillare, apre una breccia tra le fragili mura della nostra mente, permettendo ai mostri che l’assediano di entrarvi. E così ci ritroviamo a contemplare l’abisso, il volto ghignante della Pazzia!” Ciò che guida la mia esistenza sono sentimenti universali che vanno al di la di qualunque fede ed in cui il rispetto per la vita, in qualunque forma essa sia, ha il senso dell’assoluto. Forse è questo quel che si lascia, il rispetto guadagnato da chi ci ha conosciuto che non sarà molto ma se servirà anche ad un solo uomo o donna avrà raggiunto lo scopo. Perché vivrà oltre.
Ci sono poi uomini che nel percorso breve o lungo della loro vita, guidati da una forza che molti non riescono nemmeno a percepire poichè dissolta nel rumore di fondo della mediocrità, lasciano un’impronta indelebile che travalica il momento e che va oltre il tempo stesso. Può essere un discorso o una creazione, un drammatico gesto o un’incredibile scoperta. Sono gli uomini e le donne che hanno saputo dare un senso oltre le cose, che hanno unito i punti. Steve Jobs non era un santo, non era un uomo che lavorava per un’associazione umanitaria ma era un uomo concreto, imprenditore duro con se stesso quanto con gli altri e che pretendeva risultati e che gestiva un impero economico. Ma Jobs era soprattutto un uomo che possedeva un senso di pura, incosciente e lucida follia e il coraggio di seguirla. Considerava la razionalità importante ma anche un limite, gli incidenti di percorso un punto di inizio per pretendere di essere migliori, ogni giorno della proprio vita come un potenziale ultimo giorno.
Leggo in rete che molti criticano o guardano addirittura con disprezzo tutti questi commenti commossi relegando Jobs a uomo di marketing che era li per i propri interessi e fondamentalmente per accrescere il valore dalla propria azienda. A tutti costoro che in queste ore si coprono di ridicolo con commenti a sproposito posso rispondere che dovrebbero, anche solo per un momento, svestirsi da fancazzisti e cercare di ricordare quello che erano i computer prima del Macintosh, quello che erano i walkman prima dell’iPod, gli smartphone prima di iPhone ed infine i tablet prima di iPad. Senza dimenticare film di animazione creati dalla sua Pixar come ToyStory o Cars. Dovrebbero semplicemente tacere e riconoscere in tutta sincerità che quello realizzato da Steve Jobs in 56 anni la maggior parte di noi non lo realizzerà in tutta una vita. Questo è l’uomo che ammiriamo, questa è la persona che ci mancherà e non basteranno forse 30 anni prima che rivedremo l’alba di un nuovo Jobs.
Nel discorso fatto nel 2005 in occasione della consegna delle lauree alla Stanford University c’è tutto il Jobs pensiero. E’ l’uomo che guarda in cielo e domanda “perché?”, che conscio dei suoi limiti ogni mattina si guarda allo specchio e dice: “se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita sarei soddisfatto di quello che finora ho fatto ?” Un discorso che andrebbe letto nelle scuole alla pari con quelli di Martin Luther King o di JFK. Ve ne riporto l’inizio. Il resto lo potrete leggere nel video sottotitolato.
Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.
La prima storia parla di “unire i puntini”.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?
Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.
Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di Coca-Cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti.
Lasciate che vi faccia un esempio: il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto “catturarlo”, e trovavo ciò affascinante.
Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca “unire i puntini” e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.
Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.
Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie Steve.
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Leggo in rete che molti criticano o guardano addirittura con disprezzo tutti questi commenti commossi nei confronti di un uomo di marketing che era li per i propri interessi e fondamentalmente per accrescere il valore dalla propria azienda. A tutti costoro che in queste ore si ricoprono di ridicolo con commenti a sproposito per l’eccessiva enfasi per la morte di Jobs posso rispondere che dovrebbero guardarsi indietro, smettere per un momento le vesti da fancazzisti e cercare di ricordare quello che erano i computer prima del Macintosh, quello che erano i walkman prima dell’iPod, gli smartphone prima di iPhone ed infine i tablet prima di iPad. Dovrebbero semplicemente tacere e riconoscere in tutta sincerità che quello realizzato da Steve Jobs in 56 anni la maggior parte di noi non lo realizzerà in tutta una vita. Questo è l’uomo che ammiriamo, questa è la persona che ci mancherà e non basteranno forse 30 anni prima che rivedremo l’alba di un nuovo Jobs.
I tablet prima di iPad:
http://osxdaily.com/2011/08/18/tablet-design-before-after-the-ipad/
SetteB.it e ipnotik.com al memoriale di Steve Jobs a Cupertino.
http://www.setteb.it/7b/gallery/11949b/source/image/infiniteloop1cupertino30.jpg