Noi, esportatori di Democrazia!

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Anche il Vaticano alla fine non ha potuto fare a meno di dirlo: la guerra (unilaterale) in Libia è inutile. I risultati raggiunti dagli esportatori di democrazia (con la d minuscola) sono stati stragi di civili ed esodi di massa di migliaia di disperati verso le coste italiane. Ancora una volta quella che doveva essere una guerra lampo ha messo in luce l’inutilità del mastodontico apparato bellico della NATO che, servo delle politiche interne dei Paesi dell’unione, non è stato in grado di “risolvere” la questione Gheddafi e difficilmente lo farà nei prossimi mesi.

Così nella drammatica banalità di tutte le guerre moderne il bilancio dei morti tra i civili sembra non dover mai raggiungere la fine: oltre un migliaio di civili libici sono rimasti uccisi, e circa 4.500 feriti, nei raid della Nato dall’inizio delle operazioni contro il regime di Gheddafi. Lo ha affermato il procuratore generale libico Mohammed Zekri Mahjubi, che ha denunciato davanti a tribunali libici il segretario generale della Nato Rasmussen per “crimini di guerra”, perche’ – ha detto – ”e’ responsabile delle azioni di questa organizzazione che se l’e’ presa con un popolo disarmato, uccidendo 1.108 civili”. Non stiamo a sottilizzare se il numero dei morti sia più o meno esatto e se sia l’esagerazione della controinformazione libica.

Gli stessi biechi personaggi che ieri facevano inchini e baciamano al rais libico tra un contratto d’affari e l’altro sono gli stessi che ora lo vorrebbero vedere sepolto sotto qualche metro di terra fresca. Solo ora si sono accorti che è un sanguinario dittatore? Ovviamente noi. Renzo Foa (l’Unità), scrive: “Quello della democrazia è ormai un problema strategico, non in quanto risolutivo dei problemi di stabilità e di sviluppo, bensì in quanto destinato a segnare un po’ ovunque una linea di confine dietro alla quale non si può tornare, se non pagando prezzi immensi.” In altre parole i nostri precari equilibri economici dipendono in massima parte da Paesi in cui personaggi come Gheddafi possono fare quello che vogliono della popolazione civile ma non possono permettersi di minacciare l’economia dei Paesi democratici con soperchierie come la chiusura di oleodotti o la ricontrattazione unilaterale sul prezzo di vendita del greggio

(NON petrolio il cui prezzo lo paghiamo noi).

Il recente tracollo dell’economia degli Stati Uniti d’America ne è la riprova: il mancato controllo di tutte quelle attività determinanti per l’economia del “Paese a maggior esportazione di democrazia” hanno determinato una seria crisi del sistema che non è più in grado di garantire quell’affidabilità che in passato ne aveva fatto l’alleato preferito per tutti. Ora che anche Obama & Co. s’è adeguato nell’auto-distruttivo schema che prevede azioni belliche in territori geograficamente “chiave” per il sostentamento economico, va in crisi e sprofonda nel declassamento del rating di affidabilità e solvibilità economica.

Tutto questo accade perché qualcosa sta cambiando: l’autodeterminazione delle popolazioni di Paesi oppressi da regimi finto-democratici ha innescato un meccanismo contrario al volere degli esportatori di democrazia. Quella solidale inerzia con cui fino a ieri riuscivano a fare eleggere Governi fantoccio si sta arrestando e la forbice del divario democratico vero e quello finto si sta restringendo sempre di più. Presto dovremo ascoltare le voci di queste persone e solo allora sapremo se siamo ancora in grado di essere davvero quell’Occidente civilizzato in cui ci siamo cullati per cinquant’anni. E’, forse, l’ultimo appello a cui i nostri Governi sono chiamati prima che lo scenario economico mondiale muti in modo drammatico lo status-quo in cui tutti noi ci troviamo.






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